I.GeomorphologiesLeandro Pisano
(Reading time, 7m47s)GEOMORPHOLOGIES
Marosi Festival
Casa Carrubo, Stromboli
14 luglio 2026
Geomorphologies è una composizione in tre movimenti per paesaggio sonoro e voce, nata dalla ricerca condotta da Philip Samartzis e Leandro Pisano sui paesaggi vulcanici italiani. La performance non mette in relazione un testo con una colonna sonora, né utilizza il suono come accompagnamento della parola. Le due partiture si sviluppano autonomamente, alternandosi e trasformandosi reciprocamente. I tre movimenti seguono una progressione precisa. Il primo mette in discussione il primato dello sguardo e della rappresentazione; il secondo sposta l’attenzione sull’ascolto come esperienza distribuita fra corpi, materia e ambiente; il terzo si concentra sulla continuità dei gesti attraverso cui un luogo continua a esistere nel tempo. Attraverso l’alternanza tra ascolto e parola, Geomorphologies propone un’esperienza che invita il pubblico a interrogare il proprio modo di vedere, ascoltare e abitare un territorio in continua trasformazione.
Geomorphologies is a composition in three movements for sound and voice, born from the research carried out by Philip Samartzis and Leandro Pisano on the volcanic landscapes of Italy. The performance does not set a text against a soundtrack, nor does it use sound as an accompaniment to the words. The two scores develop autonomously, alternating with and transforming one another. The three movements follow a precise progression. The first questions the primacy of sight and representation; the second shifts attention to listening as an experience distributed across bodies, matter and environment; the third focuses on the continuity of the gestures through which a place goes on existing over time. Through the alternation of listening and speech, Geomorphologies offers an experience that invites the audience to question their own way of seeing, listening to and inhabiting a territory in constant transformation.
I
NOMINARE
Non c’è cima.
La cima appartiene agli occhi.
La montagna arriva quando il lavoro è già cominciato.
Ogni arrivo porta con sé una figura. È un gesto antico. Lo sguardo raccoglie una linea, cerca un margine, dispone il mare intorno all’isola, il cratere sopra l’isola, la cima sopra il cratere. In pochi istanti costruisce un ordine. Lo chiama paesaggio. Lo chiama orientamento. Lo chiama conoscenza.
La montagna continua.
Non corregge lo sguardo. Lo lascia lavorare. È lo sguardo che lentamente si accorge di essere arrivato troppo presto.
La prima esplosione conferma ciò che ci aspettavamo.
La seconda apre una distanza.
La terza non appartiene più all’immagine con cui eravamo sbarcati.
Da quel momento la figura perde autorità.
La Sciara raggiunge il mare.
Nessuno dei due si arresta.
La costa rimane una convenzione necessaria per le carte, non per la pietra. Il fondale continua ciò che la riva interrompe. Il nero non finisce nell’acqua. Cambia soltanto il modo di procedere. Anche il mare modifica il proprio lavoro. Non contiene. Ridistribuisce. Restituisce. Riprende.
Allora lo sguardo comprende qualcosa che non aveva previsto.
Il luogo non coincide mai con la figura che lo rende riconoscibile.
Ogni figura trattiene.
Il luogo eccede.
Non per mistero.
Per continuità.
Camminando sulla Sciara il corpo apprende prima della lingua.
Il piede rinuncia quasi subito alla sicurezza della terraferma.
Ogni appoggio viene negoziato.
Ogni passo corregge il precedente.
Il peso si distribuisce di nuovo.
L’equilibrio smette di essere una posizione.
Diventa un esercizio.
Anche vedere cambia.
Non cerca più una forma definitiva.
Segue minime variazioni.
Una pietra che ieri non c’era.
La cenere sulle foglie di una vite.
La pomice trascinata più in alto dall’ultima mareggiata.
Il sale che entra nella calce.
Sono dettagli.
Eppure è attraverso questi dettagli che la montagna continua a scrivere la propria storia.
Le grandi esplosioni appartengono alla memoria.
L’insistenza appartiene al luogo.
Forse l’errore comincia proprio qui.
Abbiamo imparato a riconoscere i luoghi attraverso ciò che li distingue.
Molto più raramente attraverso ciò che li trasforma.
Stromboli chiede il contrario.
Domanda fedeltà alle variazioni.
Una disciplina dell’attenzione.
Un tempo abbastanza lungo da lasciare che sia il luogo a modificare lo sguardo.
Le parole arrivano soltanto adesso.
Vulcano.
Isola.
Costa.
Paesaggio.
Sono parole necessarie.
Nessuna è sufficiente.
Ognuna raccoglie qualcosa.
Ognuna lascia fuori il lavoro che continua.
La lingua non fallisce.
Semplicemente arriva dopo.
Sempre dopo.
Come la luce raggiunge il cratere quando la notte ha già consegnato altra pietra al mare. Come la carta registra una costa che il fondale ha già oltrepassato. Come la memoria conserva un’immagine mentre il luogo ne prepara un’altra.
Forse nominare non significa afferrare.
Forse significa accettare il proprio ritardo.
Custodirlo.
Non colmarlo.
Lasciare che fra la parola e il luogo rimanga una distanza.
È dentro quella distanza che la montagna continua il proprio lavoro.
Ed è lì, forse, che anche la lingua ricomincia.
II
RISONANZA
Il primo ascolto cerca un’origine.
Alza lo sguardo.
Attende il lampo.
Riconosce il boato.
La causa sembra evidente.
L’esplosione.
Per molto tempo è bastato.
Anche l’orecchio desidera una sorgente.
Un punto preciso.
Un prima.
Un dopo.
Il vulcano non concede questa tranquillità.
Il boato abbandona il cratere quasi subito.
Scende lungo il pendio.
Urta la pietra.
La pietra risponde.
L’aria ne modifica il corso.
Il mare lo riceve.
La parete lo rilancia.
Il porto lo riconsegna alle case.
Quando il corpo crede che tutto sia terminato, qualcosa continua ancora.
Non nello stesso luogo.
Non nella stessa materia.
La vibrazione cambia corpo.
Passa.
Ogni attraversamento la modifica.
La roccia la rallenta.
L’acqua la distende.
Il vento la disperde.
Il petto la conserva ancora qualche istante.
Da quale punto stiamo ascoltando?
L’orecchio non basta più.
La pianta del piede riceve ciò che il timpano non distingue.
Le costole trattengono una pressione che nessuna parola registra.
Il respiro cambia ritmo.
Il passo cambia ritmo.
Perfino l’attesa cambia ritmo.
Il corpo smette di occupare il centro dell’ascolto.
Diventa una superficie.
Fra le altre.
Anche il mare riceve.
Anche la pietra riceve.
Anche la cenere.
Le cisterne.
I muri.
Le terrazze.
Le barche tirate in secco.
Nulla rimane esterno.
Ogni materia trattiene qualcosa.
Ogni materia restituisce qualcosa.
Mai nello stesso modo.
Per questo il silenzio non arriva dopo.
Lavora insieme al boato.
Lo prolunga.
Lo prepara.
Lo accompagna.
Fra un’esplosione e l’altra il vulcano non interrompe il proprio discorso.
Cambia soltanto la lingua con cui continua a parlare.
A volte è il mare.
A volte il vento.
A volte una pietra che rotola senza essere vista.
A volte il sale che entra lentamente nella calce.
L’ascolto comincia qui.
Quando diventa impossibile stabilire dove finisca il suono.
Quando diventa impossibile decidere chi stia ascoltando chi.
Non siamo fuori da questa circolazione.
Nemmeno dentro.
La attraversiamo.
Per qualche giorno.
Per qualche ora.
Poi ripartiamo.
Il luogo continua.
Non conserva la nostra presenza.
Continua il proprio lavoro.
Siamo noi a portarne via una parte.
Per molto tempo abbiamo creduto che ascoltare significasse avvicinarsi.
Forse significa il contrario.
Restare abbastanza a lungo da accettare che qualcosa del nostro ascolto rimanga qui.
Fra la pietra.
Nel mare.
Dentro il vento.
Mescolato a ciò che continuerà anche senza di noi.
III
CONTINUARE
Partire è semplice. Anche arrivare. Più difficile è riconoscere il momento in cui un luogo smette di essere una destinazione e diventa una misura.
Non accade davanti al cratere.
Accade chinandosi sopra una cisterna prima delle piogge.
Nel muro ricomposto con le pietre che il pendio ha restituito.
In una cima d’ormeggio passata di mano senza bisogno di parole.
Nella vite potata sapendo che altri raccoglieranno il frutto.
È qui che il luogo cambia voce.
Le grandi eruzioni appartengono alla cronaca.
La continuità appartiene ai gesti.
Scari conosce il ritmo degli approdi.
Ginostra quello dell’attesa.
Fra i due il mare non divide.
Distribuisce.
Tempi.
Distanze.
Possibilità.
Rinunce.
Ogni traversata modifica la misura dell’isola.
Nessuna la conclude.
Le scale che salgono verso Ginostra insegnano al corpo un’altra cadenza. Le terrazze trattengono terra, acqua, memoria. Ogni muro a secco attraversa generazioni senza mai appartenere a una soltanto.
Le mani cambiano.
Il lavoro continua.
Nessuno inaugura davvero ciò che costruisce.
Nessuno porta a termine ciò che riceve.
Ogni gesto entra nel tempo di un altro gesto.
È questa la forma più concreta della continuità.
Abitare smette allora di coincidere con una permanenza.
Assomiglia piuttosto a un passaggio di consegne.
Qualcosa viene ricevuto.
Qualcosa viene corretto.
Qualcosa viene affidato.
Nulla viene posseduto.
Il vulcano non insegna.
Costringe.
Costringe a riparare.
Ad attendere.
A rinviare.
A ricominciare.
La comunità nasce dentro questa disciplina.
Silenziosa.
Quotidiana.
Ostinata.
Descrivere un luogo non basta.
Ascoltarlo non basta.
Arriva un momento in cui il luogo domanda un’altra risposta.
Restituire.
Non ciò che abbiamo capito.
Ciò che abbiamo imparato a continuare.
Da quel momento non siamo più visitatori.
Nemmeno osservatori.
Entriamo, per un tratto del cammino, nel lavoro degli altri.
Riceviamo un tempo che non abbiamo prodotto.
Lo attraversiamo.
Poi lo consegniamo ancora.
Una cisterna.
Un sentiero.
Una rete.
Una vite.
Un muro.
Non sono cose.
Sono durate.
Domani il traghetto lascerà il porto.
La costa tornerà lentamente a farsi figura.
Le fotografie ricominceranno il loro lavoro.
Anche le parole.
È inevitabile.
Ma il luogo non coincide con nessuna delle immagini che porteremo via.
Continuerà nella cenere.
Nel sale.
Nelle mani.
Nel vento.
Senza memoria di noi.
È questa la sua misura.
Ed è questa, ormai, anche la nostra.
Non c’è ultima parola.
La voce può fermarsi qui.
Il lavoro no.
- testo di Leandro Pisano
- suoni di Philip Samartzis
- Finanziato da Hibou-Stiftung
- Curato e prodotto da Interzona APS
- Produzione a Stromboli: Marosi
- In collaborazione con Tramandars, Amaneï, Collettivo Zero



